La neve
vorticava nel cielo grigio e tetro, sospesa dal vento, prima di cadere a terra
e posarsi sui mucchietti accumulati qua e là dagli abitanti della capitale. Le
vie della città più grande del Regno erano probabilmente le uniche ad esser
state spazzate dai dipendenti dell’Imperatrice in persona, oltre forse a quelle
della città di Alamban. I funzionari di corte, i magistrati, i delegati di sua
Maestà e tutti coloro che si trovavano nei più alti ranghi della società non
avrebbero messo a loro disposizione i propri servi per pulire il loro cammino,
quando avevano già le loro faccende da sbrigare. Dastray Ixferis uscì dalla sua
residenza con il suo solito fare impettito quella mattina, reggendo tra le mani
una busta di estrema importanza destinata a Palazzo. I commercianti suoi
dirimpettai lo salutarono con il loro solito fare sfarzoso, mentre lui
rispondeva appena con un gelido cenno del capo. Percorse quei pochi metri
guardandosi attorno con aria di disgusto, la neve non era stata ben pulita ed i
molti passi che l’avevano solcata l’avevano ormai trasformata in una poltiglia
fangosa. Vedendo un giovane con la ramazza in mano lo abbozzò, intimidendogli
di darsi più da fare, o avrebbe fatto rapporto all’Imperatrice.
Saliti i primi
gradini venne riconosciuto immediatamente dalle guardie che scostarono le
lance, a sua detta con troppa poca allerta, se fosse stato un impostore avrebbe
avuto troppo facilmente accesso alla corte. Percorse soprappensiero quei
corridoi ormai noti, recandosi fino alla sala del trono, dove con un misto di
approvazione e disdegno venne fermato da due lance incrociate sorrette da
altrettante guardie.
-Il vostro
nome ed il vostro intento.-
-Sono Ixferis,
ho qui dei documenti molto importanti che provengono dall’archivio di Plenesis
stessa, che Sua Maestà in persona ha ordinato due mesi or sono.-
Dopo una breve
perquisizione egli fu ammesso nella sala. Raggiunse il punto nel quale le
persone si fermano davanti al trono ed attese che l’Imperatrice venisse
convocata. Dopo una ventina di minuti ella sopraggiunse, con al suo seguito le
sue bambole.
-Spero sia una
cosa importante, Ixferis. Ero molto occupata.- rispose gelida Neradia, sedendo
altezzosamente sul trono mentre le sue dodici bambole presero parte sei da una
parte e sei dall’altra, com’era tradizione che fosse.
-Ho qui i
documenti che avete ordinato riguardanti la magia di Jasnim. Mi sono incaricato
io stesso di farveli avere.- aggiunse con una nota d’orgoglio.
-Molto bene.
Tregalis, valli a prendere.-
Con passi
leggeri una delle bambole abbandonò il posto per prendere la busta che l’uomo
porgeva. Ixferis era un uomo di mondo, abituato a vederne di tutti i colori,
eppure ogni volta quelle bambole gli mettevano timore.
Non si
trattava di bambole vere e proprie, bensì di una curiosa sorta di cortigiane,
scelte da altolocate funzionarie dell’Imperatrice quando esse erano ancora in
fasce. Le bimbe più belle e con le caratteristiche giuste, ovvero occhi color
del fiume d’inverno e capelli ricordanti l’ala di un corvo, ricevevano la
giusta educazione. Durante l’educazione la prima regola era il silenzio
assoluto. Non veniva mai insegnato a parlare a queste fanciulle, e fin da
quando erano in grado di intendere veniva loro detto che parlare era proibito e
punibile con la morte. Imparavano poi le maniere per comportarsi a corte, la
postura, i gesti, la camminata, ogni loro mossa doveva essere impercettibile,
come il battito d’ali di una farfalla, avrebbe detto Guirmalde, la principale
educatrice delle bambole. Quando le bambole cominciavano ad abbandonare i
tratti della fanciullezza, a ventiquattro anni, venivano “congedate da corte”.
Nessuno sapeva bene cosa accadeva loro dopo questo congedo, ma il sospetto era
ampio, in quanto a memoria d’uomo nessuno aveva mai incontrato una ex-bambola.
Nella sua immortalità, l’Imperatrice aveva vissuto con almeno duecentocinquanta
di queste fanciulle, che ricoprivano bene o male la funzione di damigelle di
corte.
Il mistero per
cui non era loro concesso di parlare era molto semplice, e assai largamente
conosciuto, ma quasi mai discusso, in quanto se le guardie scovavano qualcuno
che raccontava questa storia lo trascinavano direttamente a Palazzo, e come le
bambole stesse, non veniva più ritrovato. Quando l’Imperatrice era ancora
piccola aveva una sorella, Dhalya, che amava cantare. Aveva capelli biondi e
soffici, che contrastavano con quelli magenta e ondulati di Neradia. La cosa
più sorprendente era però la sua voce: cantava divinamente, e riceveva molte
lodi ed attenzioni per questo suo dono, quando i menestrelli di corte
l’accompagnavano con la lira ed il flauto, ed i cortigiani danzavano. Neradia
ricordava ancora come suo padre la fissava, del tutto dimentico di lei. Poi
Dhalya era morta di malattia a soli tredici anni, e in seguito lei era salita
al trono, alla morte di sua madre per vecchiaia ed all’abdicamento di suo
padre: in preda al troppo dolore non aveva più voglia di fare il regnante.
Subito il primo pensiero di Neradia fu di non fare la stessa fine della madre,
e si applicò al fine di trovare una cura per la mortalità: ci riuscì a
trentacinque anni, ed erano ormai settecento anni che era ferma a quell’età: le
prime rughe che le erano spuntate venivano quotidianamente ricoperte dalla
polvere di cipria, ed era anche la ragione per cui non aveva mai preso marito:
a che serviva, dato che lei aveva già tutto il potere, compresa l’immortalità?
Ma torniamo
alle bambole: per invidia delle belle voci, Neradia voleva essere sicura che
nessun canto l’avrebbe mai messa in ombra, per cui cercava ragazze mute e con
il giusto aspetto da far allevare come sue damigelle. Venivano truccate in
maniera esagerata, il viso pallido come una maschera di ceramica, bianco, le
labbra tinte di un rosso talmente scuro da apparire color sangue, una linea
nera sotto e sopra l’occhio arrivava quasi allo zigomo e le ciglia erano
allungate e ricurve. Queste fanciulle avevano veramente l’aspetto di bambole.
L’Imperatrice imponeva una diversa pettinatura a ciascuna di esse, poiché
essendo completamente uguali nel trucco e nel vestiario sarebbe stato
impossibile a chiunque distinguerle.
Tregalis, la
bambola che aveva ritirato la missiva, aveva i capelli raccolti in cima alla
testa, e le ciocche che ne ricadevano erano divise in larghe trecce. Un’altra
aveva capelli riccissimi raccolti in una crocchia sulla nuca, ed un’altra
ancora una complicata acconciatura che le faceva sbucare ciocche di capelli qua
e là come una fontana. Vestivano con abiti bianchi raffinati ma modesti, non
come quello dell’Imperatrice: ella era imbottita in una sgargiante crinolina
color zafferano, con il collo rialzato ed una elaborata acconciatura che la
faceva apparire come un cigno maestoso che veleggiava su uno specchio d’acqua.
La scena come
sempre mise in soggezione Ixferis, che preferì allontarsi dalla sua tanto amata
quanto temuta Regina.
Nel Regno
girava un comune malcontento per le condizioni del popolo, preso in assai
scarsa considerazione: vi era una speranza, a cui tutti avevano però rinunciato
da ormai lungo tempo. Il canto di una delle bambole del silenzio avrebbe
sbloccato l’incantesimo di immortalità dell’Imperatrice, che avrebbe
immediatamente acquisito la sua età, e sarebbe quindi caduta per morte
istantanea. Essendo risaputo che le bambole erano in genere mute per nascita o
per obbligo, questo pareva pressoché impossibile: come far cantare qualcuno che
non ha mai usato la voce, anche se potrebbe padroneggiarla? Inoltre le bambole
non sapevano nulla di tutto ciò, ed essendo riverite dai cortigiani non
avrebbero avuto motivo per volere la caduta della loro Regina.
Ciò che tutti
ignoravano era che una di esse invece lo sapeva: Neraja, la bambola
dall’acconciatura complessa, era innamorata. Uno dei cortigiani addetto alla
sistemazione delle camere aveva catturato il suo interesse. Una volta per puro
caso era riuscito ad intercettarla mentre era completamente sola, e le aveva
detto che sarebbe andato a trovarla nella sua stanza quella notte. Quando egli
bussò, lei aprì e rimase ad ascoltarlo a lungo, imparando con orrore ciò che la
sua amata Regnante imponeva ai suoi sudditi. Quando lui le chiese se avrebbe
potuto sforzarsi di parlare e di cantare le parole giuste in presenza della
Regina ella non rispose subito.
Rimase un
attimo in silenzio, pensò alla sua vita al castello, ma poi pensò a una vita
libera, in cui poteva parlare e sposarsi. Guardò Xedron alla luce della luna: i
suoi occhi erano carichi di aspettative. Infine, lentamente, ella annuì. Con
uno slancio di felicità il giovane baciò lievemente Neraja sulle labbra, e lei
rimase sorpresa di quel gesto, ma anche deliziata. Lui le disse quanto era
bella senza il trucco. Stava per andarsene, quando qualcosa gli balenò nella
mente. Si risedette sullo scranno di fianco al letto e le raccontò cosa avviene
alle Bambole che hanno raggiunto la fine del loro servizio. Con orrore, Neraja
si convinse che quella risposta che aveva dato fosse la cosa migliore.
Da
quell’incontro, ogni notte i due si vedevano in segreto, e lui cercava di
insegnarle ad articolare i suoni. Era complicato, e ciò che lei avrebbe dovuto
cantare era composto da parole assai difficili da pronunciare, tuttavia i due
non si perdevano d’animo. Una sera d’inverno, dopo un lungo bacio, Neraja aprì
la bocca senza dire alcunché per qualche attimo, infine disse, molto
lentamente:
-Xedron.-
-Fantastico,
hai detto il mio nome! Sei riuscita a pronunciare una parola! Lo sapevo che ce
l’avresti fatta!-
La abbracciò
forte, ben sapendo che ciò era misera cosa: parlava come se avesse una
menomazione alla lingua, e l’incantesimo doveva essere pronunciato con assoluta
chiarezza per funzionare. Avevano un unico tentativo, per cui dovevano essere
sicuri che sarebbe andato a buon fine, altrimenti sarebbe stata la fine.
Riprese a farle articolari suoni semplici, dittonghi e parole brevi. La
speranza si affievoliva, poiché Neraja aveva già ventitrè anni, ed entro pochi
mesi sarebbe diventata inutile ed assassinata. Dovevano riuscire a farle
pronunciare quelle parole nel giro di pochi mesi. Lo sconforto travolgeva
Xedron, quando si rendeva conto che il tempo rimanente erano sei mesi, e loro
stavano provando esattamente da sei mesi, ed i progressi andavano così a
rilento. Non ci sarebbe stata più speranza per il popolo, ma almeno per Neraja
sì: lei teoricamente era all’oscuro di ciò che le sarebbe capitato quindi non
veniva sorvegliata, e Xedron avrebbe potuto portarla lontano di lì con
facilità.
Quella sera vi
era un grande ballo a Palazzo, nella sala delle Danze. L’Imperatrice sedeva
annoiata, e chiamò uno dei suoi cortigiani:
-Dov’è
Neraja?-
-Non sappiamo,
Maestà, non la troviamo da nessuna parte.-
-Sta attirando
l’attenzione, tutti si accorgono che sono solo undici.-
-Continueremo
a cercarla.-
La pioggia
scrosciava incessante di fuori, quando Xedron baciò Neraja sotto la pioggia,
libera dal trucco e con i capelli sciolti che le cadevano lunghi sulle spalle,
ma con ancora addosso l’abito da Bambola, non più immacolato ma grondante
d’acqua e sporco di fango.
-Rimangono
solo tre giorni prima del tuo compleanno.- disse Xedron. –Non permetterò che ti
accada qualcosa.-
Ella annuì.
-Ti amo.-
I nobili di
corte, giunti dalle più grandi città, danzavano crogiolati dal suono della
musica. Vi era al momento un brano lento, non più cornamuse e tamburi bensì
liuti ed arpe, per cui il vociare si mischiava alla melodia, creando una sorta
di suono dolce e mieloso come il ronzare di un’ape. Fu per questo che quando le
grandi porte si aprirono tutti si voltarono immediatamente ed i musicanti
stessi smisero di suonare, volgendosi tutti verso l’ingresso. Neradia si mosse
appena sul trono, senza tradire la sua agitazione.
Una ragazza
stava in piedi sull’uscio, entrambe le mani tenevano le due grandi porte
spalancate, ed i lunghi capelli neri zuppi d’acqua gocciolavano per terra.
Guardò dritto in faccia l’Imperatrice, senza inchinarsi o altro. Per un breve
attimo si fissarono, gli occhi color del fiume in quelli marroni e scuri della
sovrana. Poi la ragazza prese a camminare verso l’Imperatrice, ancora immobile
ma con una certa ansia negli occhi, come se non sapesse bene cosa aspettarsi. A
circa tre metri dal trono, la ragazza si fermò.
-Neraja?-
chiese pianissimo l’Imperatrice, tradendo per la prima volta le sue emozioni.
-Axilon,
Thefaris, Nulkuum quang exfcedrt.-
-NO! Te lo
PROIBISCO!- urlò la sovrana, mentre tutti fissavano attoniti la bambola silenziosa,
la bambola parlante.
-Aghuis etra
farmlpo.-
-Non puoi, non
te lo permetto! Guardie, mettetela a tacere!-
-Axilom furimi
thuvir argui…-
Tre guardie
afferrarono Neraja, ma non sapendo bene cosa stesse succedendo le legarono
solamente le mani. Sapendo che rimaneva un’unica parola, la regina cambiò tono.
-Aspetta, ti
prego… Farò tutto ciò che vuoi…-
-Extrario.-
Neradia si
immobilizzò, per un attimo non accadde nulla, poi sulla sua pelle cominciarono
a formarsi delle crepe, come sulla terra arida che da troppo tempo resta
senz’acqua. Si sgretolò, come sabbia, e di questa un solo mucchietto ne rimase,
accompagnato da un urlo, il suo ultimo urlo. Xedron entrò e prese per mano
Neraja. Lei gli gettò le braccia al collo, spaventata dall’orrore che aveva
appena visto. Lui l’abbracciò forte.
-È finita ora,
è tutto finito.-
E fu così:
Neraja fu incoronata nuova regina ed il popolo conobbe una felicità da tempo
dimenticata, mentre le altre bambole tornarono a condurre una vita pressoché
normale. Dopo le nozze, Xedron ascese al trono quale imperatore del Regno, e
mai nella storia si ricorda un re che fu tanto giusto e saggio.
No comments:
Post a Comment