Isabelle.
16 giugno 1999.
Prendo un lungo sorso di birra dal bicchiere di carta rosso. Chissà
perché li chiamano bicchieri di carta quando sono chiaramente fatti di
plastica. La musica che rimbomba in tutto il giardino scaccia la domanda dalla
mia testa, che inizio a far dondolare a ritmo. Dopotutto sono qui per
divertirmi, non per pensare. Fino a settembre potrò smettere completamente di
pensare. Mi guardo intorno, abbracciando con una sola occhiata l'immenso
giardino, le siepi ben tagliate, la piscina piena di gente. E tutti i ragazzi
dell'ultimo anno che oggi si sono diplomati assieme a me, che bevono, saltano
in acqua vestiti, ridono a gruppetti, le coppie abbracciate sulle sedie sdraio.
Sapevo che Cecilia Harper sa organizzare feste grandiose, ero anche già stata
invitata un paio di volte, ma stasera si è superata. Non ho idea di come abbia
fatto a mandare via i genitori, far trasportare tutto quell'alcool e piazzare
gli amplificatori giganteschi tutto intorno alla piscina, ma non mi importa. Con un ultimo sorso finisco di il bicchiere.
Pondero di prendermene un altro, ne ho bevuti già quattro ma non sento ancora
gli effetti, sono abituata. Tutte quelle storie sui ragazzi che non bevono
prima dei ventun anni? Tutte cavolate. Non ho mai conosciuto nessuno che abbia
aspettato di avere ventun anni per bere. Neanche i miei genitori, anche se loro
sostengono il contrario: mentre esploravo la soffitta ho trovato degli album
foto della loro gioventù, e ho beccato una foto di mia madre a diciassette anni
sulla spiaggia con le amiche e una bottiglia di tequila in mano, mio padre che
faceva beer bong durante una festa all'ultimo anno di college, e anche un paio
in cui erano chiaramente ubriachi, e dalla data sulla foto erano ben lontani
dall'età legale per poter bere.
Ritorno alla realtà quando mi sento chiamare da Jessica, la mia
migliore amica, che mi sta urlando di saltare in piscina. Poso il bicchiere su
un tavolino, che con un colpo di vento si rovescia e rotola per terra, ma scrollo
le spalle e mi tuffo a bomba nella vasca, raggiungendo Jessica. Ci schizziamo a
vicenda per un po', poi vogliamo fare una gara per vedere chi è la più veloce
ma la piscina è così piena di gente che è impossibile nuotare senza andare a
sbattere contro qualcuno.
-Vado a prendermi un'altra birra.- annuncio infine, ancora ridendo.
-Tu vuoi qualcosa?-
-Vedi se riesci a portarmi del whisky. E non dico un bicchiere, ma
una bottiglia intera tutta per me! Woo!- urla Jessica alzando le mani al cielo.
-D'accordo.- le sorrido, anche se non ho nessuna intenzione di
farlo: è già molto più ubriaca di me perché ha iniziato con la vodka per
continuare con lo scotch, temo che si addormenterà in piscina e finirà per
affogare. Torno al tavolo su cui si trova una delle spine per la birra, assieme
a colonne di bicchieri di carta, ne prendo uno e mi spino la birra lentamente
in modo che non faccia troppa schiuma. Non mi piace la schiuma. Prendo un sorso
e mi volto appoggiandomi al tavolo, e così mi ritrovo a fissare un ragazzo
dritto negli occhi, dall'altra parte della piscina. Ha i capelli di un castano
rossiccio, occhi chiari, anche se da quella distanza e con le luci da giardino
non riesco a capire se siano azzurri o verdi, un fisico niente male, asciutto
ma muscoloso, ha indoso come me solo il costume da bagno, quindi gli vedo bene
pettorali e addominali. Chi è? La nostra scuola è abbastanza grande da non
conoscere tutti, ma possibile che in quattro anni non l'abbia mai visto in giro
una volta? Di certo uno così l'avrei notato. A meno che sia qui come
accompagnatore di una ragazza. Tutto ciò mi passa per la testa in un paio di
secondi, durante i quali lui continua a fissarmi, poi lentamente mi sorride.
Sorrido anch'io di rimando. Forse dopotutto non è qui con una ragazza. Quando vedo
che sta venendo verso di me mi incammino anch'io, e ci incontriamo a metà
strada, lungo il bordo della piscina.
-Adam.- dice solamente, porgendomi la mano, la sua voce dolce e
calda, il sorriso brillante.
-Isabelle, chiamami Belle.- rispondo stringendogli la mano.
Azzurri. I suoi occhi sono decisamente azzurri, non quell'azzurro
slavato che ricorda il cielo coperto da un sottile strato di nuvole biancastre,
ma quell'azzurro intenso che ha il mare dei caraibi.
-Ti sei diplomata oggi?-
-Certo, come tutti. Tu no?- gli chiedo.
-Sì, anch'io. Come mai non ti ho mai vista a scuola?-
Scrollo le spalle. -Non so. Forse guardavi altre ragazze.- Bevo un
sorso di birra.
-Sono piuttosto sicuro che se ti avessi vista anche solo di sfuggita
avrei guardato soltanto te.- risponde Adam con sicurezza sorridendomi.
Alzo gli occhi sorpresa e compiaciuta. -Mi stavo proprio chiedendo
come sia possibile che abbiamo frequentato la stessa scuola per quattro anni e
non ti ho mai notato prima.- il mio sorriso si allarga.
Ci guardiamo per un paio di secondi in silenzio, lasciando che la
canzone che sta fluttuando fuori dagli amplificatori ci avvolga, è Lovesong dei
Cure. Bella coincidenza.
Adam mi poggia le mani sui fianchi e si china per baciarmi. Stringo
le braccia attorno al suo collo, con una mano ancora reggo il bicchiere di
birra. Sembra affrettato, forse, ma durante le feste funziona sempre così. E
funziona così sopratttutto a diciassette anni: non c'è alcun bisogno di farsi
la corte per settimane quando è chiaro che l'attrazione è reciproca. Anche se
ci siamo detti appena qualche parola sento una piacevole scossa elettrica al
contatto con le sue labbra, mentre le sue mani calde mi accrezzano dolcemente
la schiena ancora bagnata e affondano tra i miei capelli sgocciolanti. Per
imitare il suo gesto anch'io alzo la mano per affondarla tra i suoi capelli,
senza ricordarmi del bicchiere, e così succede che gli verso la birra dritta
sulla testa. Adam si allontana di colpo, sorpreso, mentre io mi copro la bocca con
una mano cercando di non ridere. Ma quando vedo che gli angoli delle sue labbra
si piegano all'insù ridiamo entrambi.
-Scusami.-
-Eh no, ora meriti una punizione.- mi dice sorridendo, spingendomi
forte cosicché finisco di nuovo in piscina, con ancora il bicchiere vuoto in
mano. Quando riemergo ridendo ho intenzione di andare a prenderlo per tirarlo
in acqua a sua volta, ma mi precede saltando dentro di sua spontanea volontà.
Lascio che il bicchiere galleggi via, mentre Adam riemerge dall'acqua e torna a
prendermi tra le braccia, per continuare a baciarci.
Verso le tre del mattino la festa è finita, Jessica dorme sodo su
una sedia a sdraio sotto il gazebo e prima di andarcene afferro una bottiglia
di vodka ancora intatta. io e Adam passeggiamo un po' in giro, alla cieca,
bevendo senza paura di essere visti, ma dopo averne bevuto un terzo la lasciamo
per strada per non ubriacarci completamente. Continiuamo a girovagare finché
troviamo una tavola calda anni '50 aperta ventiquattr'ore. Entriamo e ci
sediamo sui sedili di pelle rossa e bianca mentre le canzoni di Elvis
riecheggiano dal juke box. Ordino un sundae al cioccolato con doppia panna, e
Adam pancake con sciroppo d'acero e un frullato al cioccolato. Quanto meno il
cibo ci fa smaltire del tutto la sbronza e torniamo lucidi.
Parliamo come se ci conoscessimo da una vita, ci intendiamo su
tutto. Sono persa nei suoi occhi così belli, mentre ci teniamo per mano sopra
al tavolo mi sento più felice e viva di quanto mi sia mai successo prima. Dopo un'oretta
paghiamo e riprendiamo a camminare, iniziamo a incontrare gente che si alza
molto presto, e vedo che mi guardano: dopotutto ho ancora il vestito di ieri
sera, nero con dei fiori bianchi e lilla, la gonna fatta di strati di tulle. I
capelli che si sono asciugati all'aria saranno probabilmente un disastro,
quindi è chiaro che abbiamo passato la notte fuori, ma non mi importa. Arriviamo
alla spiaggia proprio poco prima dell'alba e ci sediamo sulla sabbia, togliamo
le scarpe e lasciamo che l'acqua ci solletichi le dita ad ogni onda. Adam mi
mette un braccio attorno alle spalle e io appoggio la testa contro il suo
petto, rimaniamo così finché il sole sorge e anche dopo, indifferenti alle
persone che passeggiano con i cani o fanno jogging.
Prima di andarcene Adam prende un bastoncino che la corrente ha
portato a riva e con la punta scrive nella sabbia umida: A + B, poi fa un cuore
intorno.
-Ma che romantico.- rido, prendendolo in giro.
-Sembra un'equazione più che una dichiarazione.- ride anche lui,
abbracciandomi e riprendendo a baciarmi. Poi ci avviamo lentamente verso casa,
mano nella mano.
Isabelle.
13 luglio 1999.
Il cellulare squilla. È Adam. -Ricevuto niente?- chiedo senza fiato.
-Sì. Tutte negative. Avrei dovuto chiedere l'ammissione a più
università.-
Sospiro. -Non dirmelo. Ero sicura che tre fossero sufficienti. Avrei
dovuto tenere in conto che non sono un genio. Non l'ho ancora detto ai miei
genitori. Gli verrà un infarto. Mi butteranno fuori di casa.-
-Che ti importa? Vieni a vivere con me.-
Il mio cuore mancò un battito. Tre settimane prima Adam aveva
compiuto diciotto anni e se ne era andato di casa, trovandosi un appartamento
in centro. Visto che aveva sei tra fratelli e sorelle i genitori gli pagavano
l'affitto, non troppo dispiaciuti di avere la casa un filino meno rumorosa.
-Davvero? E se poi non funziona tra noi? Non stiamo insieme da
neanche un mese.-
-Certo che funziona. Non stai bene con me? Non pensare al domani,
pensa a oggi. Fai le valigie, dì ai tuoi che faremo domanda l'anno prossimo e che
te ne vai di casa.-
-Ok.-
Presi le borse più grandi che riuscii a trovare, infilai a caso
vestiti, scarpe, cd, i miei giochi preferiti per la Playstation, tutti i soldi
che riuscii a trovare in giro, nelle tasche dei pantaloni, sul fondo dello zaino.
Il mio fondo per il college era solo per il college, e comunque non potevo
toccarli finché avessi avuto diciotto anni, ovvero dopo un paio di settimane.
Prima di uscire, visto che non c'era nessuno in casa, lasciai un
biglietto.
"Tutte le università mi hanno respinta, ci riprovo l'anno
prossimo. Vado a vivere con Adam. Ciao." chiusi il foglio in due e stampai
un bacio sulla carta con il rossetto rosso scuro che avevo quel giorno.
Appena arrivai da Adam aprì l'armadio e tirò fuori delle cose alla
rinfusa, gettandole un po' ovunque. -Ecco, ora c'è spazio per le tue cose.-
Di rimando gettai le borse così come erano dentro l'armadio. Chi
aveva voglia di tirare fuori i vestiti e apprenderli?
-Dobbiamo festeggiare.- disse Adam, posandomi le mani sui fianchi e
sorridendomi gioviale.
-Giro di locali?- domandai, anche se era più che altro una domanda
retorica dato che era sempre così che festeggiavamo. Carta d'identità falsa,
giro di locali, e poi verso l'alba di ritorno a casa, generalmente ancora un
po' ubriachi e con addosso ghirlande di fiori, boa di piume, cappelli da
cowboy, a seconda di quali pub avevamo frequentato. Poi tornavamo nel suo
appartamento e ci buttavamo a dormire, esausti, senza neanche toglierci le
scarpe o i baffi finti. Non potevo tornare a casa così tardi e in quello stato,
quindi non sarebbe stata la prima volta che avrei dormito qui, ma per la prima
volta non avrei dovuto andarmene una volta sveglia.
-Giro di locali!- ribattè Adam baciandomi.
Isabelle.
26 luglio 1999.
-Esprimi un desiderio!- rise Adam porgendomi un cupcake con
infilzata dentro una candelina accesa.
"Voglio stare con te per sempre" pensai guardandolo negli
occhi, mentre soffiavo e spegnevo la fiamma.
-Auguri amore. Allora, qual è la prima cosa che vuoi fare da
maggiorenne?-
-Un piercing all'ombelico! Anzi no, un tatuaggio.-
-Un tatuaggio di cosa?-
-Non lo so. Qualcosa di forte. Cerchiamo uno studio e vediamo cosa
ci propone.-
-Carino questo, cos'è?- chiesi al tatuatore sfogliando un album.
-È un braccialetto celtico, significa eternità. A volte se lo
fanno le coppie, quando vogliono stare insieme per sempre.- rispose soffiando
il fumo della sua sigaretta.
Guardai Adam con aria interrogativa. Era destino che avessi scelto
proprio quello? Certo che lo era, noi eravamo destinati a stare insieme per
sempre, lo sapevamo entrambi dal primo momento.
-Facciamolo.- rispose lui con un sorriso.
Isabelle.
28 ottobre 1999.
-Belle, mi hanno chiamato i miei.- annunciò Adam con tono grave.
-E?-
-Mi hanno detto che o vengo ammesso l'anno prossimo in una delle
migliori università al mondo oppure smettono di passarmi soldi, e in più dovrò
restituire quanto ho speso da quando son andato via di casa.-
-Ma non è giusto, non te l'avevano detto prima! Ci troviamo un
lavoro, così abbiamo dei soldi nostri. E scegliamo in quale università andare,
anche se è una minore.-
-Belle, non riusciremmo mai a lavorare e prepararci per il college
insieme. Devo solo iniziare a darmi da fare e studiare per bene. Tanto ho
tempo. Fallo anche tu, ci iscriviamo in uno dei migliori college al mondo.-
-D'accordo. Quali sono questi cinque?-
-Stanford. Sarebbe vicino. Harvard, Yale, Upenn, dall'altra parte
del paese. Oxford.-
-Oxford? Sul serio ti lascerebbero andare in Europa a studiare?-
domandai stupita.
-Inizialmente volevano inserire anche La Sorbonne ma non ho nessuna
intenzione di imparare una nuova lingua e di vivere in Francia.-
-Che succede se veniamo ammessi in due università lontane? Tipo tu
sulla East Coast e io a Stanford?-
-Questa volta facciamo domanda a tutte le università che vogliamo, e
andiamo alla prima che ci ammette entrambi. E se non è nella lista dei miei
genitori possiamo ripiegare sul piano del lavorare e mantenerci da soli.-
-Mi piace.- gli sorrisi.
-Allora dobbiamo darci da fare a studiare. Forza, pigrona!- rise
Adam, lanciandomi un libro sul materasso, dove ero ancora sdraiata da quando mi
ero svegliata, senza mai alzarmi.-
-Sarebbe grandioso se andassimo entrambi a Yale. Il loro programma
d'arte è il migliore del mondo.- dissi ricadendo sui cuscini e fissando il
soffitto, su cui avevo disegnato la volta celeste con colori fluorescenti, di
modo che di notte sembra che dormissimo all'aperto.
-Non hai bisogno di programmi d'arte, sei già bravissima.-
Guardai i miei dipinti che Adam aveva insistito per appendere al
muro. A uno senza talento potevano sembrare belli, ma avrei potuto fare molto
meglio di così.
-Be' sarebbe comunque un bel colpo, io ho il programma di arte, tu
hai i finanziamenti e in più stiamo insieme.-
-Staremo sempre insieme comunque.- mi rispose Adam, tornando a
sdraiarsi sul letto accanto a me e prendendomi tra le braccia. Avvicinò il suo
polso al mio, di modo che i tatuaggi, che sembravano braccialetti ricamati
sulla pelle, si toccassero.
Isabelle.
3 maggio 2000.
-Adam! Adam!- entro di corsa in casa, urlando.
-Cosa? Lettera? Di chi? Cosa dice? Per chi?- urla di rimando
correndo verso di me.
-Yale. Per me. Sembra grossa, è un buon segno.-
-Non per forza, anche quella della Upenn era grossa e invece c'era
solo un opuscolo pubblicitario.-
-Grazie per l'incoraggiamento.-
-Non vorrei che ti fai delle illusioni e poi ci rimani male.-
-Troppo tardi.- dico mentre strappo la busta in malo modo e tiro
fuori i fogli. Scorgo con gli occhi un paio di righe e poi comincio a urlare.
-Accettata! Accettata!- urlo salendo sul letto e saltando sul
materasso, tenendo i fogli in alto come fossero un trofeo.
Adam mi raggiunge sul letto e mi abbraccia, cadiamo entrambi sul
materasso.
-Complimenti.- mi dice piano, baciandomi sulla fronte.
Isabelle.
5 maggio 2000.
Adam rientra in casa con due lettere in mano. Una è la bolletta del
gas, l'altra riporta il simbolo di Stanford. Deve essere per lui perché a parte
Oxford ho già ricevuto le risposte da tutti.
-Che dice?- chiedo senza stare più nella pelle. Se anche lo
accettassero non andrebbe a Stanford, dall'altra parte del paese rispetto a me.
-Non mi vogliono. Di nuovo.- annuncia Adam con tono funereo.
-Evvai!- urlo.
-Scusa?-
-Tanto non ci saresti andato, no? Saremmo stati troppo lontani.-
-Belle, son già stato respinto dalla Upenn e ora da Stanford. Mi
rimangono tre opzioni oppure addio soldi, addio college prestigioso. Dovrei
andare a uno statale, io non ho un fondo per il college, o meglio non uno a cui
potrei accedere se non vengo ammesso in una delle altre.-
Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo. -Ma il nostro piano
era che saremmo andati da qualsiasi parte insieme, ci saremmo cercati un
lavoro...-
-Be', mi sembra chiaro che tu vuoi andare a Yale, quindi a meno che
io non venga accettato lì dovrò lasciar stare l'università e lavorare e basta
per mantenere entrambi.-
Sembra arrabbiato. Non pensavo mi importasse tanto del college, ma
da quando sono stata accettata a Yale non faccio che parlarne.
-No, l'accordo era che saremmo andati nella stessa università.-
-Belle. Sei stata accettata a Yale. Sai che fortuna hai? Non ti
permetterò di non andarci solo per una stupida cosa che abbiamo detto mesi fa.-
mi risponde con tono secco, poi si addolcisce e mi sorride. -Ma potrei venire
ammesso anch'io. Dopotutto è destino che stiamo insieme, no?-
-Ne sono sicura.-
Isabelle.
13 maggio 2000.
Sono sotto la doccia quando sento Adam che urla. Un urlo di gioia.
Mi salta il cuore in gola: è stato preso a Yale. Senza neanche spegnere l'acqua
mi precipito fuori dal bagno afferrando al volo un asciugamano e lo raggiungo,
sorridendo da orecchio a orecchio.
-Yale? Andiamo a Yale baby?-
Il suo sorriso si smorza un po'. -No, da Yale non ho ancora ricevuto
nulla. E Harvard mi ha respito.- sventola una lettera che poi fa cadere per
terra. -Però sono entrato a Oxford. Ti rendi conto, Oxford?- quasi urla,
tornando a sorridere eccitato.
-Sì che mi rendo conto. Oxford è in Inghilterra.- rispondo, facendo
nuovamente sparire il suo sorriso.
-Potrebbero ancora accettarti alla Yale.- aggiungo in un sussurro.
-Sì, potrebbero.- risponde, ma entrambi guardiamo da un'altra parte,
lo sguardo perso ognuno nei propri pensieri.
Isabelle.
25 maggio 2000.
-Perché non possiamo fare come avevamo detto e basta?- urlo per la
trentesima volta.
-Perché era un piano immaturo e irresponsabile.- risponde Adam, le
dita sulle tempie, come se avesse mal di testa.
-NOI siamo immaturi e irresponsabili! Abbiamo diciotto anni, Adam! Ci
siamo baciati dopo esserci detti una frase sola, siamo andati a vivere insieme
dopo tre settimane che ci conoscevamo, quante volte abbiamo invitato a casa
gente conosciuta al bar la sera stessa?-
-Sì be', forse dovremmo smetterla. Forse è ora di crescere.-
-Crescere? Che stai dicendo? Abbiamo appena cominciato a vivere, con
tutti gli anni che ci aspettano vuoi crescere adesso? Ci sarà tempo per essere
responsabili! Ora godiamoci la vita! Godiamoci noi! L'università di Las Vegas
ci ha ammesso entrambi. Andiamo a vivere lì, ci sposiamo appena arrivati in
città e troviamo un lavoro. Frequentiamo l'università e una volta laureati
troveremo un lavoro migliore.-
-Quale lavoro credi di trovare, che ti lasci abbastanza tempo per
studiare e che ci mantenga entrambi per quattro anni? E poi sei sprecata per
quell'università. Tu vai a Yale, punto.-
-D'accordo, ci vado, ma tu vieni con me.- ribatto cocciuta
incrociando le braccia.
-A fare cosa? A lavorare per mantenerti? Per non laurearmi mai? Hai
mai pensato che forse anche io ci tengo ad andare a un'università prestigiosa?
Io voglio andarci.-
-A Oxford? Vuoi andare sul serio a Oxford?- urlo di nuovo, sento le
lacrime salire agli occhi.
-No! Voglio andare alla Yale, ma Oxford è l'unica ad avermi
accettato. Si tratta di una delle migliori università del mondo, si tratta del
resto della mia vita. Certo che sarebbe divertente continuare a giocare agli
eterni adolescenti, ma in futuro ce ne pentiremmo. Influenzerà il resto delle
nostre vite. Abbiamo già perso un anno.-
-Se venissi accettata a Oxford potrei venire con te.- dico piano.
-Forse.-
Isabelle.
29 maggio 2000.
Adam è fuori a fare la spesa. Non mi accorgo del tempo che passa,
così quando sento le chiavi nella serratura sobbalzo. Appena mi vede si blocca.
-Che c'è?- mi domanda preoccupato.
Sollevo il foglio di carta che ho in mano.
-Oxford?- chiede aggrottando le sopracciglia.
Annuisco, ho un nodo in gola che mi impedisce di parlare.
-Dai non buttarti giù, sono pochissimi quelli che vengono
accettati...-
-Mi hanno presa.- gracchio.
-Sul serio?-
Adam posa la spesa sul tavolo, chiude la porta e mi raggiunge sul
letto.
-Ma è fantastico! Possiamo andare insieme a Oxford allora!- mi
abbraccia e mi bacia, ma io rimango immobile.
-Cosa c'è? Sei ancora sotto shock? Dobbiamo festeggiare!-
-Perché sei così sicuro che verrò a Oxford?- domando sottovoce.
-Come?-
-Non pensi che voglio considerare le mie possibilità? Come hai detto
tu sarebbe un peccato non andare alla Yale. Potrei davvero diventare brava.
Potrei diventare un'artista famosa.-
-Lo so, ma mi sembrava che per te fosse più importante stare
insieme.-
-Lo è. Per me lo è.-
-Cosa intendi dire?-
-Dai per scontato che rinuncio al mio sogno per venire con te in
Europa. Però tu non saresti pronto a rinunciare al sogno di frequentare
un'ottima università e vivere senza i soldi di famiglia per stare con me.-
-Non si tratta di questo. Abbiamo diverse opzioni, e andare assieme
a Oxford è la migliore.-
-La migliore per chi?- urlo.
-Pensavo di essere io il tuo sogno, non Yale.- mi dice freddo.
-Lo eri! Lo sei! Ma non voglio rinunciare a un altro sogno se tu non
faresti altrettanto per me. Se non mi ami quanto ti amo io non dovremmo neanche
stare assieme.-
-Lo sai quanto ti amo.- mi dice dolcemente, affondando una mano nei
miei capelli e avvicinandomi a lui.
-Meno di Oxford.- sussurro piano.
Adam si alza di scatto dal letto. -Non ci posso credere! Non facevi
altro che dire che non ti importava del college, che mi avresti seguito
ovunque, e ora cambi idea e vuoi dare a me la colpa?- urla.
Comincio a piangere. -Non si tratta di questo. Ti seguirei ancora ovunque.
Lascerei perdere tutto per te. Ma tu non faresti lo stesso per me. Allora non
posso neanche io.-
-Le nostre situazioni sono differenti.- risponde glaciale, per la
prima volta rimane impassibile vedendomi piangere. E questo mi ferisce ancora
di più.
-Se rinuncio alla Yale e vengo a Oxford... metterò te al primo
posto, prima del mio futuro, prima di me stessa. E lo farei, se sapessi che tu
faresti lo stesso per me. Ma non lo faresti, quindi sarei solo patetica.-
-Belle. Io ti amo. Voglio stare con te per sempre. Voglio che ci
sposiamo, che creiamo una famiglia che invecchiamo insieme. Ma andrò a Oxford.
Questo non vuol dire che ti amo meno di quanto mi ami tu. Devi chiederti se è
più importante il tuo sogno di diventare artista o il tuo futuro con me. Yale o
Oxford? Orgogliosa o innamorata? Scegli.-
Ha ragione. Alla fine si tratta di questo: prevale l'orgoglio, perderò
colui che credevo l'amore della mia vita per seguire un sogno che non so
neanche dove andrà a finire, oppure seguo l'amore, rinuncio agli altri
progetti, lo seguo come un cagnolino fedele? E se vado a Yale e non sono poi
così brava e non diventerò famosa e perdo Adam per niente? E se vado a Oxford e
poi Adam non è la mia anima gemella e ci lasciamo e ho sacrificato una cosa
tanto importante per qualcuno che un giorno non conterà più nulla per me?
Devo decidere. Deglutisco guardandolo, le lacrime che ancora mi
scorrono sulle guance, striandole di nero.
Isabelle
1. 29 maggio 2000.
-Non posso rinunciare a Yale per te. Se non rinunci a Oxford per me
non mi ami abbastanza, quindi un giorno ci lasceremo e non mi perdonerei mai
per l'occasione che ho perso.- balbetto tra i singhiozzi.
-Se fossi entrato a Yale avrei rinunciato a Oxford per venire con
te.-
-Certo, perché per te non sarebbe cambiato niente! Oxford è la
stessa cosa di Yale e i soldi li avresti avuti comunque! Però l'università di
Las Vegas non va bene!-
Adam mi guarda per un lunghissimo momento senza dire nulla mentre io
continuo a singhiozzare.
-Se tu preferisci inseguire un sogno campato in aria che me sei tu
quella che non mi ama abbastanza.-
Scuoto la testa. Non capisce.
-Bene. Allora se le cose stanno così noi abbiamo chiuso. Non c'è
bisogno che aspetti settembre, posso andarmene già subito in Inghilterra e
frequentare anche i corsi estivi, così avrò più crediti. Non li avevo neanche
considerati perché volevo passare l'estate con te, qui in California, avrei
scelto te al posto dei corsi estivi ma non c'è più motivo ora. Anzi sai che ti
dico? Prendo il primo volo che trovo, il resto me lo farò spedire dai miei
genitori.- Mi lancia le chiavi della sua auto. -Vai a farti un giro per qualche
ora. Per quando torni le mie cose non ci saranno più.-
Comincio a scuotere la testa. Non voglio che se ne vada, non voglio
che finisca qui, non voglio farmi un giro in macchina mentre lui porta via
tutto ciò che lo rappresenta da questo posto, non voglio tornare a un
appartamento vuoto, senza le sue cose, senza lui.
-Vattene ho detto! Ti ricordo che pago io per questo appartamento,
così come per tutte le tue cose! Vattene e non tornare finché me ne sarò
andato!- urla, non l'ho mai visto così fuori di sé.
Mi scuote abbastanza da reagire finalmente, afferro le scarpe e le
chiavi e corro fuori dall'appartamento. Mi fermo in corridoio per infilarmi le Converse
sdrucite e mi precipito giù dalle scale. Guido, non ho idea di dove sto andando,
a malapena vedo la strada tra le lacrime. Accendo la radio per distrarmi, ma la
prima canzone che sento è Lovesong dei Cure, la canzone del nostro primo bacio,
la NOSTRA canzone. Con un pugno la spengo. Alla fine, senza neanche rendermene
conto arrivo alla spiaggia, dove siamo venuti la prima notte che ci siamo
conosciuti. Parcheggio e lascio le scarpe in macchina, cammino lentamente sulla
sabbia calda, mentre i ricordi di tutti i nostri mesi insieme mi assalgono.
Quando arrivo al punto in cui Adam aveva scritto i nostri nomi dentro un cuore,
ormai cancellati dalle onde da quasi un anno, mi lascio cadere. Non mi sforzo
neanche di smettere di piangere, non ce la faccio, rimango lì e basta,
osservando l'oceano. Quando il sole inizia a tramontare finalmente torno in me.
Cosa sto facendo? Sto perdendo Adam per orgoglio? Per la Yale? Niente è
importante quanto lui. Devo dirglielo. Devo dirglielo subito. Sono uscita così
di fretta che non ho preso il cellulare quindi corro di ritorno verso la
macchina, non perdo neanche tempo a rimettere le scarpe, guido più in fretta
che posso verso casa. Andrò a Oxford. Andrà tutto bene perché saremo insieme. E
staremo insieme per sempre, penso guardando il mio tatuaggio. Siamo anime
gemelle, lo sapevamo dall'inizio, come ho potuto dubitarne?
Faccio tutti i piani di scale di corsa, le mani mi tremano mentre
infilo le chiavi nella serratura e spalanco la porta.
-Adam! Adam! Ho cambiato idea! Vengo con te, Adam!- urlo, non sento
nulla così vado a vedere in cucina e in bagno. Non c'è. Noto anche che le sue
cose sono sparite. Forse faccio ancora in tempo. Afferro il cellulare e lo
chiamo, ma il suo è spento. Gli lascio un messaggio, dicendogli di richiamarmi
il prima possibile. Se sapessi quando e da dove parte potrei raggiungerlo
all'aeroporto. Il suo portatile non c'è più ma spero che abbia fatto la
prenotazione dal fisso. Sembra metterci un'eternità prima di accendersi. Apro
il browser e scorro lo cronologia.
Isabelle
2. 29 maggio 2009.
-Sei tu il mio sogno.- sussurro piano. Adam sorride a stento, come
se non fosse sicuro che quella sia la mia scelta decisiva. -Andiamo a Oxford
mio caro.- aggiungo con un terribile finto accento britannico.
Ora sorride per davvero e mi raggiunge sul letto, mi abbraccia
forte.
-Ehi, stai stropicciando la lettera di accetazione!- rido.
Mi bacia dolcemente. -Davvero vieni a Oxford?-
-Sì. Avranno anche lì un programma di arte, no? E forse non è il mio
destino fare la pittrice. Ma il mio destino sei tu, e di questo sono sicura.
Appoggio il polso tatuato al suo. Torniamo a guardarci, i suoi occhi azzurri
che mi hanno fatto innamorare dal primo istante splendono di gioia. Come ho
fatto ad avere dei dubbi? Forse ero solo spaventata dall'idea di trasferirmi
dall'altra parte del mondo rispetto a casa mia. Guardo Adam steso accanto a me,
i capelli che gli ricadono sul viso. Casa è dove c'è lui.
-Visto che abbiamo passato l'anno a studiare, cosa facciamo
quest'estate?-
-Facciamo gli immaturi e irresponsabili.- mi sorride.
-Cosa hai in mente?-
-Ho visto un volantino mentre ero fuori. C'è una festa in maschera,
il tema è la Spagna, il miglior costume vince. Che ne dici?-
-Dico, Don Chisciotte, che faremmo meglio a procurarci i costumi.-
Adam ride. -E tu farai Sacio Panza?-
-Non dire idiozie.- gli dico con tono serio. -Io sarò un mulino a
vento.-
Ridiamo di nuovo, baciandoci a lungo.
Isabelle
1. 29 maggio 2000.
Per fortuna ha usato il fisso, riesco a trovare i dati: la cosa negativa
è che l'aereo è in viaggio già da mezz'ora. Se non avessi aspettato così tanto
sulla spiaggia l'avrei potuto fermare. Sono tentata di imbarcarmi sul prossimo
aereo per raggiungerlo, ma voglio essere sicura che mi voglia ancora. Forse per
lui è finita per sempre per davvero. Dovrebbe atterrare tra circa otto ore e
mezzo, mi sono scritta il numero del volo e l'orario preciso così posso
controllare se ritarda, devo solo riuscire a non impazzire e una volta
atterrato posso chiamarlo e rimettere tutto a posto, se non ho rovinato tutto.
Ormai è quasi ora di dormire, ma non riuscirei mai e poi mai a prendere sonno.
Così sistemo un po' in giro per casa, cerco di mangiare qualcosa. Quando è
quasi mezzanotte vado a buttarmi sul letto e accendo la tv, faccio zapping per
un po', non mi importa cosa guardare, basta che mi distragga. Alla fine rimango
su un canale dove stanno dando una maratona di puntate della Signora in Giallo.
Guardo distrattamente, senza seguire per davvero. Mi sto quasi addormentando
quando interrompono per un'edizione straordinaria del telegiornale.
-Interrompiamo i programmi per riportare immediatamente una
tragedia: un aereo della American Airlines in volo da Pasadena per Londra è
precipitato nell'oceano. Non si conoscono ancora tutti i particolari, ma prima
che il collegamento radio venisse interrotto il pilota ha comunicato che il
motore aveva cominciato ad emanare fiamme. Una squadra di soccorso sta
raggiungendo il posto più veloce possibile, ma tra l'incendio e la caduta
nell'oceano le possibilità che qualcuno sia sopravvissuto sono quasi nulle.-
Il cuore comincia a battermi fortissimo. Da Pasadena a Londra, è lo
stesso aereo che ha preso Adam. Potrebbe essere un altro volo.
-Dì il numero del volo!- urlo contro lo schermo, ricominciando a
piangere, questa volta di terrore.
Passano diversi minuti, che a me sembrano ore, prima che compaia in
sovraimpressione: prendo il foglietto con i dettagli che avevo scritto ma le
mani mi tremano così tanto che a malapena riesco a leggerlo. Non ci sono dubbi,
il volo è quello.
Forse all'ultimo non è salito. Forse l'ha perso. Forse si è salvato.
Forse forse forse.
Isabelle
2. 29 maggio 2012.
-Vado al lavoro.- mi annuncia Adam. Gli mando un bacio con la mano.
Mentre esce di casa mi affaccio alla finestra e ammiro il paesaggio di Las
Vegas. Alla fine abbiamo rinunciato sia a Yale che Oxford. Tante persone vivono
senza università, quindi perché non noi? Abbiamo trovato un lavoro quasi subito
entrambi, e io riesco ancora ad avere tempo per dipingere. Sono anche riuscita
a far esporre qualcosa in delle piccole esibizioni, nulla di ché ma chi può
saperlo.
Ci siamo sposati due settimane esatte dopo che abbiamo affittato un
appartamento qui, e per ora tiriamo avanti con i soldi che avevo messo via per
il college. Entrambi i nostri genitori hanno disapprovato la nostra scelta,
dicendo che il college andava fatto, e che eravamo troppo giovani per sposarci,
e ci hanno tagliato i fondi. Però quando hanno saputo del bambino le cose si
sono appianate. I miei genitori sono così felici di diventare nonni che
all'improvviso non conta più nulla. Appoggio una mano sulla pancia, è ancora
troppo presto per sentire qualcosa, però so che c'è una vita in me, creata con
Adam. La avverto sotto la mano sinistra, al cui anulare brilla la fede, il cui
polso è circondato dal tatuaggio che ci siamo fatti per il mio diciottesimo
compleanno.
Isabelle
1. 29 maggio 2012.
Sono nella mia camera, quella vecchia a casa dei miei genitori,
vivere nel loft sarebbe troppo doloroso. Come al solito sto al buio e con la
porta chiusa a chiave. In sottofondo risuona Lovesong dei Cure, che ormai è
l'unica canzone che ascolto. Accendo il portatile e rileggo la stessa e-mail
per la millesima volta.
Belle,
mi dispiace. La pressione
dei miei genitori mi ha fatto perdere la ragione, inoltre volevo poterti
mantenere e avere una famiglia, e senza i loro soldi o un'educazione non
credevo che potrei. Ma avevi ragione tu, non posso privarti del tuo sogno, sono
un egoista. Volevo telefonarti per dirtelo a voce ma ci hanno già fatto
spegnere i cellulari, per fortuna prendo il wi-fi dell'aeroporto. Appena
atterro torno con il primo volo. Andiamo a Yale, baby. Potrei frequentare
un'università qualunque lì vicino e lavorare part-time, si vedrà, del futuro ci
preoccuperemo in futuro come abbiamo sempre fatto. L'importante è che staremo
insieme per sempre.
Ti amo.
Adam.
Spengo il motore dell'auto, ma non scendo immediatamente. È la prima
volta che vengo qui e non so se sono pronta. Era da tanto che volevo farlo, ma
poi non ce la facevo. Dopo dieci minuti apro lo sportello ed esco,
incamminandomi piano sul sentiero di pietra. Il sole batte alto nel cielo e fa
un caldo pazzesco, gli unici rumori sono il fruscio delle foglie mosse dal
vento e gli strati di tulle del mio vestito nero con fiori bianchi e lilla. Il
cielo è blu intenso, come gli occhi di Adam. Non devo cercare a lungo, so dove
trovarlo.
Mi inginocchio davanti alla lastra di marmo con inciso il suo nome,
la sua lapide. Sfioro le lettere, come se potrebbe anche non essere reale.
Forse è tutto un brutto incubo e mi sveglierò.
Nonostante i miei genitori mi abbiano costretta ad andare in terapia
non ho ancora passato la fase del diniego. E del dolore. E del senso di colpa.
Se solo non fossi stata così egoista. Se l'avessi fermato. È soltanto colpa mia
se è morto. Non riesco a vivere con questo senso di colpa. Non riesco a vivere
senza Adam. Eppure continuo a respirare, mentre passano i minuti, le ore, i
giorni. Ma più che vivere mi sto trascinando attraverso l'esistenza. Rimango
davanti alla sua tomba per un sacco di tempo, non so nemmeno se piango o no,
non me ne rendo conto. Forse non ho più lacrime da versare. Noto che non ci
sono fiori freschi sulla tomba, tecnicamente essendo passata la mezzanotte la
data ufficiale della morte è il trenta, ma per me è morto il ventinove. Noi
siamo morti quel giorno. Un anno fa. Mi tocco il tatuaggio sul polso per un
po', poi estraggo dalla borsa i boccetti di tranquillanti e sonniferi che mi
hanno prescritto e una bottiglia di vodka. Li prendo a manciate di cinque, sono
pastiglie piccole, e quando ho finito le pillole mi rimane ancora mezza
bottiglia di vodka. Vado avanti a berla mentre sento lo stordimento arrivare.
Sposto dalla tomba la mia borsa, i flaconi vuoti, la bottiglia vuota e mi
sdraio tenendo tra le dita solo un foglietto indirizzato ad Adam su cui c'è
scritto:
"However far away
I will always love you
However long I stay
I will always love you
Whatever words I say
I will always love you
In un'altra vita non ti avrei lasciato andare. In un'altra vita
staremmo ancora insieme. Ma presto saremo di nuovo insieme, per
l'eternità."
Canticchio il ritornello della canzone più e più volte, sempre più
annebbiata, finché precipito in un sonno da cui non mi sveglio più.
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