Racconti brevi - Anche nella morte

Kay inspirò a fondo lasciando che il fumo aspro della sigaretta le scivolasse giù nei polmoni. L’aria salmastra odorava di alghe, che la marea continuava a far sbattere contro il pontile, assieme dall’acqua del mare. Sporadici spruzzi raggiungevano i suoi anfibi sporchi e malconci. Dopo un ultimo tiro la ragazza gettò il mozzicone in mare. Inspirò l’aria della notte, fissando la luna quasi piena che brillava nel cielo scuro, noncurante della brezza che le scompigliava i lunghi capelli corvini. Affondò le mani nelle tasche e tastò gli oggetti che vi trovò, cercando di ricordare cosa fossero. Un pacchetto schiacciato di sigarette, un accendino, un biglietto usato dell’autobus e un paio di foglietti di carta. Estraendo un vecchio orologio in plastica senza cinturino guardò l’ora: le 3 e venti. Tirò su una manica meccanicamente, e senza pensarci si ritrovò a fissare una cicatrice sul suo avambraccio: una croce rovesciata brillava pallida sotto la luna. Come un pugno allo stomaco una fitta di dolore la colpì e lei si sbrigò a ricoprire quel lembo di pelle, ringraziando che facesse abbastanza freddo da costringerla a indumenti con maniche lunghe, in modo da non dover vedere quel segno, memore costante della sua colpa indelebile. Una pagina di giornale rotolò fino a lei. Kay buttò un occhio al titolo: “Adolescente si impicca nel bagno di casa, la madre si era tolta la vita cinque mesi prima.” Rabbrividì. Non era proprio quel che voleva sentire. Sospirando si alzò e si trascinò stancamente lungo le conosciute vie, fino a casa. Tolse i vestiti vecchi e logori e li gettò sul pavimento, e si infilò nel letto con un’ultima occhiata ad una fotografia poggiata sul comodino che ritraeva una ragazza che le somigliava molto. Chiuse gli occhi, in cerca di un sollievo, che non sarebbe mai arrivato. Il solito sogno, un misto di ricordi, tornò a tormentarla.
–Dove vai Kay? Posso venire anch’io?- -No Ayumi, sei troppo piccola. Non sono cose per te.- -Io ho quasi quindici anni.- -Ne hai compiuti quattordici due mesi fa. Lasciami in pace.- -Dai ti prego, dimmi dove vai.- -È un posto pericoloso, non va bene per te.-
-Ayumi, oggi sei grande abbastanza da poter venire con me, se lo vuoi.- -Sì che voglio!- -Non chiedi dove andiamo?- -No sorellina, mi fido di te.-
-Ora dovete farlo! Chi è nella setta deve seguire il rituale o subirà la stessa procedura!- -Ti prego Kenny! Se fai andare via Ayumi ti giuro che lo farò! Non farlo… ha solo quattordici anni!- -Nessuno se ne va. O lo fate… o pagate!- -Ti prego Kay andiamo via! Ho paura!-
Kay si svegliò di soprassalto, madida di sudore. Ogni notte gli stessi incubi. Solo che quando si svegliava l’incubo non era finito. Scese in cucina, e trovò la casa deserta, come sempre. Suo padre era al lavoro, e sua madre dallo psicologo, cercando di alleviare il suo dolore. Li capiva, stare in casa le dava un senso di oppressione, come se qualcuno le premesse un cuscino sulla faccia. Uscì e prese a camminare senza meta, fissando l’asfalto caldo inondato dal sole di agosto. Passando davanti al piccolo parco giochi qualcosa catturò la sua attenzione. Una ragazza bionda dondolava lentamente su un’altalena, e la stava fissando. Le faceva strano, nessuno la guardava mai negli occhi, almeno nelle ultime sette settimane. Come se fosse un essere spregevole che non bisognava osservare. Esattamente come si sentiva.
-Ciao.- disse la ragazza.
-Ciao.- rispose Kay, indecisa sul da farsi.
-Cosa ti è successo?- chiese la ragazza, e Kay capì che non stava chiedendo come stava, o perché fosse da sola in giro d’estate e non in spiaggia con gli amici, ma cosa le fosse successo da renderla quel che era, come se le potesse leggere attraverso.
-Mia sorella è morta.- si rese conto di dirlo a voce alta per la prima volta, e fu come se una parte del peso che la schiacciava se ne andasse.
La ragazza si limitò ad annuire molto lentamente. –Si è suicidata?- chiese infine, come se domandasse a che ora passava l’autobus.
-No, è stata uccisa.-
La ragazza annuì di nuovo. –Mia madre sì. Si è uccisa. Si è tagliata le vene nella vasca da bagno.-
-Mi dispiace.- mormorò Kay, non sapendo che altro dire.
-Non è colpa tua.- ribattè semplicemente l’altra.
-No, lo so… Voglio dire che mi dispiace per la tua perdita.-
La bionda annuì nuovamente, facendosi dondolare lentamente, sempre fissando Kay molto intensamente.
-Comunque mi chiamo Emily. Vuoi dirmi cosa è successo?-
Kay la guardò stupita. Come poteva non saperlo? In città ne parlavano tutti. Non voleva nemmeno pensarci, eppure prima di rendersene conto stava già parlando, come se da quasi due mesi non aspettava che poter raccontare tutto a qualcuno.
-Ero molto… sola. Perché sono timida, perché sono asiatica, sono sempre stata emarginata. Un giorno ho conosciuto Erica, una ragazza ispanica, emarginata per via della sua razza come me. Lei mi capiva, entrambe avevamo bisogno di qualcosa di più nella vita, che colmasse il vuoto. Una sera mi ha portato dai suoi amici che facevano parte… di una setta satanica. Eppure con loro ero me stessa. Mi accettavano. Io mi ci trovavo bene, all’inizio. Poi ho cominciato a dover fare… delle cose. Tipo rubare oggetti nelle chiese per i rituali, o uccidere topi, farmi marchiare a fuoco… Non potevo tirarmi indietro. Quando ancora pensavo fosse tutto una figata ho permesso a mia sorella di venire con me. Lei ne era entusiasta, si sentiva forte, sicura di sé. Una sera il capo della banda era strafatto, e anche gli altri erano completamente andati. Hanno cominciato a dire che dovevamo fare un sacrificio umano. Hanno preso Erica, l’hanno legata su un tavolo e hanno ordinato a me e mia sorella di sgozzarla, raccogliere il sangue in una coppa e berlo. Noi ci siamo rifiutate. Mia sorella ha cominciato a piangere e io urlavo che erano pazzi. Ci hanno legate ad una trave per i polsi, e hanno cominciato a farci dei tagli lungo le braccia, ogni volta che dicevamo di no. Infine il capo, Kenny, ha preso in mano il pugnale, si è diretto da mia sorella e… le ha tagliato la gola. Lei ha rantolato un paio di secondi mentre il sangue le colava addosso, poi i suoi occhi sono rimasti spalancati, puntati contro il soffitto, e sono rimasti senza vita. Io non ho potuto fare niente, sono rimasta a guardarla morire. A quel punto credo di aver perso i sensi. La mattina dopo mi sono svegliata nel mio letto, non so come ci sono arrivata. Non avevo nessun segno della sera prima. So solo che sono scesa di sotto e c’era la polizia che parlava con i miei genitori. Mi aspettavo che mi interrogassero, invece nessuno mi ha chiesto niente. Sicuramente pensano sia colpa mia perché da allora non mi parlano più, è come se non vedessero nessuno. Non mi hanno nemmeno chiamata per il funerale. Li ho solamente visti tornare. Tanto non ci sarei andata in ogni caso credo. Non ce l’avrei fatta a guardare Ayumi in una bara…-
Kay si girò dall’altra parte, non voleva che Emily la vedesse piangere. Quando si voltò nuovamente, lei era scomparsa. Guardò lungo la strada, ma non c’era anima viva. Come era possibile? Confusa, riprese a camminare. Anche se sovrappensiero, vide un movimento alla sua destra e si voltò di scatto. Il sangue le si gelò nelle vene. Non c’era nulla, eppure per un secondo avrebbe giurato di aver visto Ayumi. Le succedeva molto spesso, di vederla in un riflesso, in un’ombra, ma ogni volta questo la paralizzava. Sapeva che era impossibile, sua sorella era morta. L’aveva condotta lei alla morte, e per questo ora i suoi genitori non le parlavano più. Per questo la gente la evitava per strada. Nessuno glielo aveva mai detto apertamente, eppure si sentiva come se non facesse più parte del mondo. Come se quel giorno fosse morta anche lei. In quel momento riaccadde la stessa cosa di prima. Per un attimo giurò di aver visto qualcuno che era Ayumi, eppure la strada era deserta. Non si sentiva un suono, come se l’intero Maryland fosse disabitato. Per paura che questo succedesse ancora, decise di tornare a casa. Quando fu in fondo alla strada, vide in lontananza i suoi genitori uscire e chiudere la porta, ed avviarsi lungo il vialetto. Provò a chiamarli, ma non la sentirono. O forse non vollero sentirla… Correndo, provò a seguirli. Avevano diverse centinaia di metri di vantaggio, e Kay dovette percorrere diversi isolati prima di capire dove stessero andando. Li vide che attraversavano un alto cancello di ferro nero. Il cimitero. Kay non ci era mai stata, non poteva sopportarlo. Ma in quel momento capì che se si fosse unita ai suoi genitori per piangere sulla tomba di Ayumi, forse sarebbero tornati una famiglia. Entrò ed avvistandoli in lontananza li seguì, finchè si fermarono. Arrivò silenziosa alle loro spalle, e in quel momento sua madre si fece da parte, portando la lapide nel campo visivo di Kay. La guardò, e si immobilizzò. Non era possibile… Su quella lapide c’erano due fotografie, due nomi, ed un’unica data di morte. Come un tornado, un insieme di immagini le tornarono alla mente. Lei che si svegliava nel suo letto senza i segni della sera prima, la gente che non la poteva vedere per strada, i suoi genitori che non la guardavano più… Lesse nuovamente quelle parole dorate che luccicavano sul marmo. “Ayumi e Kay Haizawa, 08-05-1992, 05-02-1989 decedute il 06-07-2006” -Kay.-
La ragazza si voltò e rimase di sasso. Davanti a lei, con una lunga camicia da notte bianca, si ergeva sua sorella.
-Ayumi… Come è possibile? Tu sei morta!-
-Anche tu. L’hai capito solamente ora… E per questo riesci a vedermi.-
-Come è possibile che non sapessi di essere morta?-
-Lo sapevi. E quando te ne rendevi conto riuscivi a vedermi. Eppure continuavi a convincerti che non era così. Non potevi vedermi perché eri convinta di essere viva, eppure nessuno poteva vedere te, perché sei morta.-
-E Emily? Lei mi ha parlato!-
-Ricordi quel giornale che hai visto sul pontile? L’adolescente che si impicca dopo che sua madre è morta? Anche lei non vive più in questo mondo…-
-Come mai potevo vedere lei ma non potevo vedere te?-
-Perché non sapevi che fosse morta. Vedere me voleva dire accettare che eri come me, e non riuscivi ad accettarlo. Le tue emozioni hanno condizionato tutto. Il senso di dovere di restare accanto a mamma e papà, la paura di essere morta, il dolore per avermi portato da loro…-
-A proposito Ayumi, mi dispiace così tanto…-
-Lo so. Ti sono rimasta accanto durante tutto questo tempo, so tutto ciò che hai pensato. Non sentirti in colpa, non devi. Non ce l’ho mai avuta con te, e nemmeno i nostri genitori. Io potevo sentirli parlare di noi, non l’hanno mai pensato una singola volta. Hai sacrificato anche te stessa per salvarmi. E non puoi più fare nulla per mamma e papà. Ora dobbiamo andare, la terra non è il nostro posto. Non ci appartiene più, Kay.-
-Ayumi… Sono pronta ad andare.-

Mentre la signora Haizawa era scossa dai tremiti di fronte alla lapide e il marito cercava inutilmente di consolarla, Ayumi prese per mano sua sorella, e si avviarono verso l’uscita del cimitero. Il cielo si era coperto di nuvole grigie, e un forte vento che scuoteva le foglie verdi degli alberi preannunciava un intenso temporale estivo. Le due figure si fecero sempre più piccole, finché scomparvero in un turbine di triste malinconia.

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