Pubblicato nel volume "Nerolucido. 1° Concorso letterario «Una storia sbagliata». Associazione Culturale «Carta dannata», presidi del Libro della Sardegna"
Edizioni Mediando, 2006
ISBN 9788889502099
-Questo è
sbagliato, da qualsiasi punto lo si guardi, Alref.- sussurrò la ragazza
all’amico, torcendosi una ciocca di capelli corvini. Da dieci minuti buoni
stavano accovacciati nella stalla, che puzzava terribilmente di chiuso, di
escrementi e di sporcizia.
-Nessuno ti
obbliga a rimanere, codarda.- sbottò inviperito di rimando Alref, voltandosi a
lanciare un’occhiataccia alla ragazza, e nel farlo i suoi capelli azzurri
svolazzarano, le piccole ciocche andarono a coprirgli la fronte. Si voltò
nuovamente e tornò a guardare l’oggetto delle loro attenzioni: un magnifico
esemplare di unicorno maschio, di razza purissima, bianco da abbagliare, non
come quelli scadenti incrociati con cavalli e muli, che erano grigi e con
l’aria tocca. Ovvero quelli che compravano i mercanti che volevano dimostrarsi
ricchi abbastanza da possedere un unicorno, e apparivano stupidi abbastanza da
farsi abbindolare in quel modo. Si vociferava che una volta uno avesse pagato
50.000 Zaccheon per quello che si era dimostrato un mulo con un legno dipinto
d’argento incollato sulla fronte.
-Si
accorgeranno che siamo scappati da scuola. E se ci beccano qui sono guai.
Comunque sia, l’abbiamo visto, non è abbastanza? Facciamo ancora in tempo ad
andarcene e con un po’ di fortuna la passiamo liscia.-
Alref non
ribattè per alcuni istanti. Infine affermò, più deciso che mai: -No cara, ora
siam qui e andiamo fino in fondo.-
Uscendo dal suo
nascondiglio, il ragazzo si diresse verso l’animale, che quando lo vide smise
di mangiare e lo guardò, allerta. Alref rallentò il passo per non spaventare
l’unicorno; sapeva quanto è facile rimanere feriti dal suo corno se non si è
graditi. Nessuno con un minimo di cervello non lo sapeva, su tutto il pianeta
di Ánghere. Avvicinandosi lentamente, raggiunse infine l’animale, e a distanza
di un passo si fermò. Con calma alzò la mano e lo carezzò sul muso. In un primo
momento questo si ritrasse, poi avvertendo che il ragazzino dai capelli azzurri
non aveva cattive intenzioni, restò immobile, e si lasciò carezzare. Dopo aver
preso un po’ di confidenza, Alref chiamò la sua amica, che lo imitò e si
appropinquò lentamente. Infine Alref cercò con lo sguardo una sella, ed andò a
staccarne una grossa dalla parete. Si ricordò ciò che era scritto sui loro
libri di scuola, quello intitolato “Conoscenza delle creature comuni e magiche
del Regno e oltre.” Ovviamente appena ricevuto, tutti si erano fiondati verso
le ultime pagine dove si parlava delle bestie più rare che nessuno aveva mai
visto dal vivo: draghi del ghiaccio, grifoni, salamandre delle montagne e delle
spiagge, Cigni Ciuffutus, Fenici e ovviamente gli unicorni. Così, quando Alref
aveva scoperto che la Principessa in persona veniva nella loro città, il suo
primo pensiero non andava alla principessa stessa, ma al suo fantastico
destriero. Alla notizia che questo sarebbe stato alloggiato nelle stalle
proprio dietro la scuola, non aveva potuto resistere alla tentazione. Doveva
vederlo, doveva. E, perché no, farci
un giretto. Ecco perché in quel momento stava cercando di allacciare la fibbia
sotto la pancia dell’animale, attento a non strappare le piume dalle sue grosse
ali, che aveva sempre ritenuto bellissime, ma che in quel momento avrebbe
definito solamente ingombranti. Echilom guardava la porta, nervosa, facendo il
palo. Sperava che Alref cambiasse idea, che rimettessero a posto tutto e
tornassero in classe scoprendo che nessuno si era accorto della loro fuga.
Alref sapeva il rischio che stavano correndo: solamente, considerando cosa
stava per fare, pensava valesse la pena di correre rischi anche maggiori.
Quando finalmente ogni cosa era al suo posto, Alref slegò l’unicorno, e così
facendo vide una targhetta d’oro, temporaneamente appesa ad un chiodo, proprio
dove era legata la corda. Non pensò neppure per un attimo al valore che questa
aveva, perché era concentrato sulla scritta: Axavalum. Unicorno di Sua Maestà.
Ora sapeva come si chiamava. Sciolte le corde, le gettò a terra, e salì in
groppa all’animale dal candore lucente. Ammonì Echilom di controllare che
nessuno li avrebbe visti uscire. “Li”? Preoccupata, la ragazza corse alla
porta, e guardando fuori non vide anima viva. Tornò in fretta dal ragazzo,
prima che la situazione esterna cambiasse, e si affrettò a montare in sella
dietro ad Alref, un po’ impacciata. Imbarazzata, gli cinse le braccia attorno
al busto, il ragazzo scosse leggermente le briglie, e l’unicorno prese a fare
un paio di passi. Trotterellando più veloce, uscì dalla stalla, e lì dispiegò
le ali. Come se un’invisibile magia lo stesse sollevando, il magnifico destriero
prese a salire verso le nuvole, fiero e deciso, battendo le grandi ali piumate
di quando in quando.
-Alref… sai
come si guida questo coso?- domandò Echilom, sicura della risposta.
-Certo che no!
Finchè è a terra è come un cavallo, ma per aria… Sa lui cosa fare! Vero
Axavalum? Sì bello, bravo, così! Yuhu!!- Echilom guardò giù, e dimenticò paure
e timori: stavano volando, in mezzo alle nuvole, lontani da tutto, a cavallo di
una creatura magica… Alref aveva ragione: valeva la pena correre qualunque rischio
per una cosa del genere.
-Dici che
facciamo in tempo a oltrepassare le montagne e tornare prima che se ne
accorgano?- chiese Alref, sorridendo raggiante ad Echilom. Lei sorrise, non del
tutto sicura che stesse scherznado. Ma non importava, sarebbe andata ovunque
con lui. Pensando a cosa sarebbe successo se lui avesse potuto udire quel suo
pensiero, arrossì violentemente, pregando che non si girasse in quel momento.
Con sua grande meraviglia, quando uscirono da una fitta nuvola che stavano
attraversando, avvistò le montagne molto più vicine di prima. Forse sarebbero
davvero arrivati laggiù… Il loro sogno fin da quando erano bambini. Lasciare il
Regno, chiuso e antico, e avventurarsi nelle misteriose lande, che si narrava
fossero tanto pericolose quanto affascinanti. Rabbrividendo, la ragazza si
accorse che la nuvola, bagnata, l’aveva lasciata tutta inumidita. Una ventina
di minuti dopo, quando i giovani stavano congelando nei loro vestiti umidi via
via più gelidi a causa dell’aria che attraversavano a grande velocità,
raggiunsero la più alta delle motagne. Guardando sotto di loro videro il sole
basso nel cielo rendere la neve sulle cime di un arancio dorato che brillava su
ogni fiocco di acqua congelata. Era come perdersi in una stilla piena di magia eterna…
Tornando alla realtà, la fanciulla percepì che Alref le stava dicendo qualcosa.
Sorrideva. Lei sorrise a sua volta, non realizzando nemmeno che non aveva
capito una sola parola. Superata la prima vetta, intravidero una radura
verdeggiante, così Alref, abbastanza incerto, cercò di dirigere l’animale verso
il basso. Fortunatamente, questo era molto intelligente, così anche se il
comando era incerto capì le intenzioni del suo condottiero e prese a perdere
quota. Atterrò con delicatezza in mezzo all’erba più soffice, folta e verde che
i due ragazzi avessero mai visto. Alref scese con agilità, poi tese una mano
all’amica, aiutandola a smontare. Si guardarono attorno per alcuni istanti, poi
il giovane notò che Echilom stava tremando.
-Tu hai
freddo.-
-Anche tu. Siam
passati attraverso la stessa nuvola.- ribattè la ragazza acida, pensando che la
stesse prendendo in giro. Invece lui si avvicinò e la tirò a sé, stringendola
forte e strofinandole le braccia sulla schiena, per scaldarla. Lei avvertì
immediatamente calore, solamente per la vicinanza che c’era tra loro. Si
discostarono un poco e lui la guardò negli occhi, sorridendo dolcemente.
Attorniati da quelle montagne che parevano incantate, l’intera scena pareva
persa in un sogno lontano, destinato ad essere dimenticato e custodito
solamente negli antri bui della memoria di una fanciulla che conserverà questo
incantesimo nella mente senza mai saperlo, come un segreto custodito da un
lucchetto che nessuna chiave umana potrà mai aprire. Ma ogni sogno presto o tardi
giunge a fine, ed anche questo magico momento venne interrotto. Per la
precisione, venne interrotto da un urlo. Allarmati, i ragazzi si guardarono
attorno. Per un attimo tutto tacque, le foglie si muovevano appena nella brezza
creando un leggero fruscio, dando vita all’unico suono in tutta la radura. Poi,
un gruppo di cespugli lontani si mosse, e da lì ne uscì una creatura, qualcosa
che non avevano mai visto neppure sui libri, e che nessuno aveva mai giurato di
vedere: una ninfa. Non poteva essere altrimenti: le lunghe orecchie appuntite
incorniciavano il viso fine dagli splendenti occhi verdi lucenti, e una lunga
chioma di capelli color mogano svolazzava morbida lungo la sua schiena. Il suo
abito pareva creato dalle foglie stesse, non era riconducibile a nessun tipo di
tessuto mai intrecciato dagli uomini, e pareva emettere luce, un leggero
bagliore luminescente. Intontiti da quella visione, i due quasi non notarono la
sua espressione terrorizzata, e il fatto che i cespugli stessero muovendosi una
seconda volta. Però quando la cosa che li stava oltrepassando si materializzò,
tornarono alla realtà in meno di una frazione di attimo. Una specie di drago
alto almeno cinque metri sovrastava tutta la valle. Sembrava composto solamente
dallo scheletro, ricoperto da pelle dura e lucida, nera come l’ebano, senza
carne. Dalla testa scheletrica spuntavano due piccole orecchie, e nell’ombra
delle cavità oculari gli occhi rossi come bracieri sul punto di morire
soffocati nella cenere brillavano minacciosi, non rivelando dove la creatura
stesse guardando. Ben presto la ninfa aveva raggiunto Echilom ed Alref, e si
fermò, dietro di loro.
-Sei un
cavaliere?- domandò ad Alref.
-No… sono
solamente uno studente!- ribattè questi, abbastanza terrorizzato.
-Vuol dire che
non hai una spada?- chiese sconcertata la ninfa, come se fosse una cosa assurda
non averla.
-No… e comunque
non saprei come maneggiarla!- Chiudendo gli occhi, la fanciulla alzò le braccia
al cielo, finchè attorno alle mani si raccolse una luce verde. Le abbassò e puntando
le dita verso la terra fece spuntare un ramo, che si drizzò via via, e diventò
sempre più rigido, fino a ottenere un colore argenteo. Infine Alref capì: stava
forgiando una spada, facendola spuntare dalla terra stessa. Il drago avanza
lento, ma mentre la ninfa faceva il suo procedimento era diventato
preoccupantemente vicino. La ninfa prese la spada dal terreno, che tutt’ora
somigliava a un ramo, tortuosa e rugosa, e la porse ad Alref, ignorando
palesemente la seconda parte della sua precedente affermazione. Questo la prese
e la guardò indeciso, finchè sentì Echilom urlare e alzò gli occhi. Il drago, o
qualunque cosa fosse, stava proprio davanti a lui. Istintivamente, abbassò la
spada sulla sua zampa, intaccandone solamente l’osso. Tagliò comunque la pelle,
tesa sull’ossatura. Il drago emise un suono orribile, acuto e stridulo, che
costrinse i tre a portarsi le mani sulle orecchie, facendo loro perdere
l’equilibrio. Si trovarono stesi sull’erba frastornati. Il drago era scomparso.
Alzando gli occhi, videro che si era messo a volare, e torreggiava sopra di
loro. Si ripararono vicino all’esile albero accanto al quale stava immobile
Axavalum, terrorizzato.
-Ora ci sputerà
addosso del fuoco?- domandò il ragazzo, togliendosi le ciocche di capelli
azzurri dalla fronte.
-Non sputa
fuoco. Non è un drago. È un Thaltanos.- spiegò la ninfa, composta anche nel suo
terrore.
-Ah, bene a
sapersi… e cosa fa?-
-Emette una
polvere nera.-
-Tutto qua?
Rischiamo solo di sporcarci?-
-La polvere è
velenosa, mortale. Dopo pochi attimi che si è posata sulla pelle questa brucia
come fosse toccata dal fuoco, si accartoccia finchè la creatura rimane un
mucchietto di cenere e ossa nere.- ribattè secca la creatura magica, con
un’occhiataccia al sarcasmo fuori luogo di Alref.
-Ah, ecco… mi
pareva troppo facile.- In quel momento una nuvola di fumo piovve su di loro,
che non sapendo come ripararsi scapparono nella direzione opposta. Alref sentì
un bruciore terribile al gomito, guardando vide che alcuni granelli neri
stavano corrodendo la sua pelle come acido. Fortunatamente erano pochi, ma
lasciarono comunque la carne viva in vista. Bruciava come toccato dal fuoco, il
che rese Alref meno desidoroso ancora di farsi colpire nuovamente, e più
attento al Thaltanos. Si sentì tirare per una spalla, e voltandosi vide che
Echilom e la ninfa si stavano ritirando in una crepa tra le rocce, che creava
un piccolo pertugio. Si addentrarono il più in profondità possibile, così da
far avvicinare il Thaltanos, o da farlo abbandonare la preda. Sfortunatamente
optò per la prima ipotesi. Si avvicinò alla grotta, e Alref intimò all’amica e
alla ninfa di stare indietro. Quando questo si affacciò, Alref conficcò la
spada nell’occhio del Thaltanos, l’occhio o qualunque cosa fosse quella che
brillava minacciosa. L’immensa creatura emise un altro verso orribile, ma
sollevandosi contemporaneamente in volo. La spada era ancora infilata nel suo
cranio, e il giovane non voleva lasciarla, in quanto questa era l’unica arma
che aveva. Si ritrovò così a volare assieme all’animale, sempre più in alto. La
sua prima esperienza di volo risaliva a poche ore prima, in groppa
all’unicorno, perciò era alquanto terrorizzato. Tuttavia si armò di nervi che
neppure sapeva di avere, e con un balzo cercò di salire sulla testa del Thaltanos.
Ovviamente non ci riuscì, e per poco non cadde di sotto. Provò nuovamente, e
ancora, ma ogni volta riusciva solamente a trovarsi in una situazione peggiore.
L’animale si abbassò, e il ragazzo fu sollevato in aria, e quando ricadde si
accorse di essere… tra le due grandi orecchie di pelle nera. Era riuscito nel
suo intento, seppur per caso. Sfilò la spada, cosa di cui apparentemente la
creatura non si rese conto, poiché continuò il suo volo circolare sopra la
valle.
-Tagliagli la
gola! Non colpire gli occhi, sono solo pietre, non gli fai nulla!- urlò la
ninfa, uscita allo scoperto dalla piccola grotta. Il Thaltanos si abbassò
rapidamente, volando verso la creatura, che tentò rapida di tornare al suo
nascondiglio. Echilom, che pure era uscita, riuscì a rientrarvi un secondo
prima che la nuvola di polvere nera atterrasse. La ninfa si bloccò, cominciando
a tossire, poi cadde al suolo. Con urla strazianti, la sua pelle diventò nera,
finchè rimase solo lo scheletro annerito, che pure si trasformò in un mucchietto
di cenere nera come le piume di corvo.
-Fladhasty!-
urlò Echilom terrorizzata, da dentro la grotta.
Alref,
riscuotendosi dallo shock, approfittò che la pelle della bestia che stava
cavalcando fosse tesa sul collo mentre questa risaliva verso le nuvole, e
abbraciandoglielo incise un solco profondo con la lama contorta. Un sangue nero
e freddo come ghiaccio liquido prese a scorrergli sulle mani, mentre il
Thaltanos si abbassava, provando a emettere ancora il suo verso terrificante,
ma rantolando solamente. Quando si accasciò al suolo Alref smontò, e lo guardò
per un attimo morire, poi corse verso le ceneri della ninfa, dove Echilom stava
piangendo. Le si inginocchiò al fianco, passandole un braccio attorno alle
spalle. Lei gli crollò addosso, ancora scossa dall’orrore di ciò che aveva
appena visto. Alref guardò più in là: con un ultimo rantolo, la grande bestia
poggiò finalmente il capo a terra.
-Tu… tu sei un
eroe.- singhiozzò Echilom. –Fladhasty… La ninfa… Lei si chiama… si chiamava
così. Mi ha detto che da molto quell’animale devastava i loro boschi e uccideva
le sue sorelle… È uscita apposta, per attirare il Thaltanos, dandoti
l’opportunità di ucciderlo. Era quasi sicura che sarebbe morta… Si è
sacrificata per la sua gente… Ha detto che nessuno era mai riuscito a ucciderne
uno… Sei un eroe…-
Restarono
diverse ore così, abbracciati all’ombra della roccia, meditando su ciò che era
successo. Le tenebre calarono infine, e con l’accendersi delle prime stelle
avvertirono passi silenziosi attorno a loro. Diverse ninfe spuntarono da ogni
dove, e si radunarono attorno a loro. Infine, una con lunghi capelli blu
fluenti sormontati da una piccola corona d’oro parlò.
-Sappiamo cosa
è successo. Sei stato molto coraggioso, cavaliere. Lo siete stati entrambi.
Fladhasty… I suoi resti verranno con noi, li porteremo al villaggio, e le
renderemo onore, come merita. Ma voi non potete tornare al vostro villaggio. La
vostra principessa ha scoperto che il suo destriero è scomparso, sarete puniti
se tornerete.-
-Se non
torneremo, ucciderà le nostre famiglie.- affermò Alref deciso.
-Se tornerete
sarete uccisi voi.-
-Affronteremo
la nostra punizione. Abbiamo commesso un’azione illegale, e ne accetteremo le
conseguenze.- ribattè sicura Echilom, un bagliore negli occhi.
-Ho già
rischiato di morire. Se sono ancora vivo è per non far morire degli innocenti.
Fladhasty si è sacrificata, e se il nostro sacrificio è richiesto in egual
maniera, è ciò che accetteremo.- aggiunse Alref. La ninfa li guardò per un
attimo con sguardo penetrante, infine sorrise. -Sei nobile di cuore, non meriti
questo. Vi auguro ogni bene. Vi ricorderemo, sarete eroi tra la nostra gente.
Andate ora.- Avvicinandosi ad Axavalum che mangiava pacato l’erba della valle,
Alref aiutò Echilom a salire, e poi montò dietro di lei. Salutarono con una
mano le ninfe, circondate da luci magiche, e spiccarono il volo nella notte.
Echilom, sfinita, si addormentò ben presto, e Alref fece attenzione che non
cadesse, carezzandole dolcemente i capelli. Si svegliò quando il sole dell’alba
le sfiorò il viso. Erano quasi arrivati. -Pensi che ci uccideranno?- chiese
lei, timorosa. Alref non rispose subito. Infine disse: –Echilom… Non mi ero mai
reso conto… di amarti. Ti amo da sempre, credo.- Lei lo fissò stupita, mentre
il suo cuore mancò un battito. Quante volte aveva sognato quella scena?
Posandole una mano fredda sulla guancia, la baciò dolcemente. Dopo quel che
sembrarono pochi minuti, atterrarono nella piazza principale, piena di gente.
Per pochi attimi si guardarono attorno, infine una decina di guardie corse
verso di loro, li incatenarono e li trascinarono lungo le vie del paese.
L’unicorno venne ricondotto verso le stalle. Quando si trovarono al cospetto
della principessa, rimasero senza fiato: non l’avevano mai vista, e non la
immaginavano così. Ricordava una goccia di rugiada congelata dalla notte più
fredda d’inverno: la pelle era pallida, i capelli biondissimi, vestita
interamente di bianco, una rossa fenice sulla spalla. Li guardava dall’alto in
basso, con indifferenza. -Bene. Cosa vi ha fatto credere di poter rubare il mio
unicorno? Voi due, pezzenti! Non siete degni nemmeno di toccarlo! E per questo,
verrete puniti. Guardie! Liberate i loro familiari. È finalmente ora, che i
ladri vengano puniti. Avete qualcosa da dire in vostra difesa?- I due ragazzi
tacquero e la guardarono a testa alta, senza mai abbassare lo sguardo. Non si
sentivano ladri, si sentivano eroi. –Te l’avevo detto che tutto questo era
sbagliato.- sorrise triste Echilom. Nonostante le catene, con le mani dietro la
schiena riuscirono a prendersi la mano. Rimasero così per alcuni istanti, e la
Principessa li fissò beffardi per tutto il tempo. Infine una guardia portò
un’ampolla d’argento. La Principessa la prese, si avvicinò a loro, e ne versò
la metà del contenuto in bocca ad Alref. Subito dopo, l’altra metà in bocca ad
Echilom. La vista si annebbiò loro, divenne tutto nero, sentendosi privare
delle energie crollarono a terra, senza vita, ma ancora mano nella mano.
-Portateli sulle montagne.- ordinò la Principessa. –Lasciateli incatenati, mano
nella mano. Saranno un monito a tutti i criminali. Il veleno di drago li
manterrà intatti, così resteranno immutati nel tempo. Resteranno nella neve,
pallidi come questa. Per sempre.-
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